La Terramara raccontata su Archeostorie. Journal of Public Archaeology

Sabato 18 febbraio a Firenze durante TourismA, il salone internazionale dell'Archeologia, è stato presentato il primo volume di Archeostorie. Journal of Public Archeology, nato per stimolare gli archeologi ad adottare metodologie idonee a far sì che la società possa riconoscere l’importanza del loro lavoro e apprezzarne il valore. Se ne è parlato nell'ambito della tavola rotonda L’archeologia italiana è… res publica?”, che ha visto intervenire molti professori (come Andrea Carandini, Daniele Manacorda e Giuliano Volpe), dirigenti e funzionari del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo (tra i quali il nostro direttore scientifico, Valentino Nizzo) e appassionati, con osservazioni sul ruolo dell’archeologia nella società contemporanea, sulla diffusione dell’Archeologia Pubblica in Italia e sulle potenzialità di affermazione di un'idonea preparazione professionale.

Ma cos'è questa Archeologia Pubblica? Sicuramente ci avrete sentito nominare a più riprese questa materia di studi, sulla quale è stato pubblicato un buon articolo nel Magazine di Archeostorie che, se siete curiosi di saperne di più, vi consigliamo di leggere. Non avendo spazio a sufficienza per spiegare di cosa si tratta, ci proponiamo di dare un'idea dello "spirito" con cui essa si occupa del pubblico e perché:

"Capire come diversi ‘pubblici’ s’interessano all’archeologia, in quali forme e con quali motivazioni vi partecipano costituisce il primo passo verso una reale valorizzazione dei risultati della ricerca e del patrimonio archeologico. Comprendere il pubblico permette di coinvolgerlo in modo efficace e, coinvolgendo il pubblico in modo efficace, si riesce a contribuire allo sviluppo culturale ed economico di ‘comunità’ di vario tipo [...]"

Chiara Bonacchi, Archeologia Pubblica al tempo della crisi economica

Con quest'idea in mente abbiamo analizzato in un articolo - pubblicato nel primo volume (online) di Archeostorie - Journal of Public Archaeology - la nostra esperienza in termini di Archeologia Pubblica, o meglio di Community Archaeology (una delle possibili declinazioni della disciplina). 

In questi anni abbiamo preso sempre più consapevolezza che l’Archeologia con la A maiuscola non deve essere rivolta solamente ai ricercatori, ma che anzi, occupandosi di riportare alla luce un passato che appartiene a tutti, deve condividere i risultati delle proprie ricerche con la comunità in maniera aperta e semplice. Ed è ciò che cerchiamo di fare ogni volta che indaghiamo il passato, passato che può essere racchiuso anche nel più piccolo seme carbonizzato o frammento di osso recuperato allo stereomicroscopio. Comunichiamo quasi in diretta ciò che si rinviene sullo scavo e caliamo le scoperte nell’attualità per far sì che le comunità a cui ci rivolgiamo possano comprendere e condividere i valori del nostro lavoro, arrivando a percepire la "memoria" come un valore identitario, da condividere con chiunque.

Perciò nell'articolo "Memory and Earthquake: the Pilastri Excavation Project toward a shared Community Archaeology approach" abbiamo cercato di analizzare gli aspetti di Community Archaeology caratterizzanti lo scavo di Pilastri quantificandoli sotto cinque profili-chiave (finanziamenti, marketing mix, coinvolgimento del pubblico, attività didattiche, pubblicazioni e disseminazione). Ciò ci ha permesso di identificare i potenziali "valori" che può aver (r)aggiunto questa esperienza e, grazie al quadro che abbiamo ricostruito, di valutare il tutto in un'ottica di sostenibilità economica, sociale e intellettuale.

Siamo ancora lontani dall'essere un modello e, soprattutto, dal raggiungere una sostenibilità paritetica sotto ogni profilo; in conclusione c'è ancora molto da fare, soprattutto assieme a chi vorrà partecipare a questa esperienza. Grazie a questa autoanalisi abbiamo dati a sufficienza per creare delle strategie funzionali al prossimo triennio di scavo, e per confrontarci anche con altre realtà che - come noi - vogliono continuare a costruire un dialogo bidirezionale e consapevole fra l'archeologia e i numerosi pubblici con cui si interfaccia.

 

Testo di Lara Dal Fiume e Giulia Osti.

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