Nitzi, il cucciolo della terramara

Alcuni dei frammenti del cranio di Nitzi, in attesa di essere ricomposti e restaurati.

La Terramara di Pilastri ha una sua mascotte ufficiale: il cranio di un cagnolino vissuto negli ultimi tempi dell’età del Bronzo nel nostro villaggio è stato adottato dal team di scavo e ribattezzato “Nitzi”, in ossequio al più celebre e più antico Uomo del Similaun (e non solo). Da oggi Nitzi figura tra le attrattive a disposizione dei giovanissimi visitatori del sito archeologico.

Chi era Nitzi: storie di cani dell’età del Bronzo

Il ruolo del cane nell’età del Bronzo (II millennio a.C.) era diverso rispetto a quelli degli altri animali domestici. Oltre a rappresentare un compagno di vita e di lavoro, prezioso nella caccia o per la protezione di mandrie e greggi dai predatori, il cane era spesso coinvolto, come del resto il cavallo, anche nella sfera religiosa e funeraria. Tuttavia, come altri animali presenti nelle Terramare, il cane poteva essere all’occasione anche una risorsa alimentare.

I cani si mangiavano?!

Gli studiosi chiamano “cinofagia” l’uso di mangiare i cani. Questa abitudine, per noi così strana, era in realtà comune nell’età del Bronzo. In via di scomparsa nell’età del Ferro (dal X secolo a.C. in poi), questa tradizione, a nord delle Alpi, durò ancor più a lungo.  Sembra proprio che nell’età del Bronzo della pianura padana i cani fossero mangiati, come altri animali domestici. Testimonianze di cani macellati a scopo alimentare provengono da numerosi siti, insieme ad altre ossa provenienti dalle carcasse o ad avanzi di pasto. Si sono identificati resti di cane da quasi tutte le terramare, mentre rari sono i casi di modificazione intenzionale delle ossa per fabbricarne oggetti utili. Vi sono tracce di bruciatura (quindi forse di cottura della carne) su ossa di cane dai siti di Solarolo e di Grotta dei Banditi, e sui resti di un cane adulto da Montirone. Si tratta soprattutto di cani adulti, benché non manchino esempi di cani giovanili. Tutti i resti con tracce di scarnificazione (asportazione della carne dalle ossa) appartengono però ad adulti, per cui è poco probabile che Nitzi, il cucciolo della Terramara d Pilastri, fosse stato mangiato; più probabilmente l’animale morì per una ferita o per malattia.

Di che razza erano i cani delle terramare?

Difficile a dirsi. I cani attuali, nella loro enorme variabilità, risultano da pratiche di domesticazione effettuate in diversi momenti della preistoria e in diverse parti dell’Eurasia per millenni, a partire da lupi e sciacalli selvatici appartenenti a specie diverse, con successivi incroci continui. Un vero incubo per i genetisti!

Il cane del Neolitico dell’Europa centrale e del territorio italiano era piccolo, ma la sua statura cominciò a crescere già nell’età del Bronzo, mentre i cani assumevano forme diverse. I cani dell’età del Bronzo erano abbastanza gracili, di taglia piccola o media, con altezze che oscillano fra i 40 e i 50 cm al garrese. Nell’Emilia orientale e nella Romagna, gli esemplari del sito di Solarolo hanno un’altezza minima di 40 cm ed una massima di quasi 50 cm. Nella palafitta di Ledro, in Trentino, gli studiosi hanno ipotizzato che ci fossero due diversi tipi di cane, uno medio (altezza alla spalla di circa 40-50 cm) e uno più grande (fra i 50 e i 60 cm). Nel villaggio di Peschiera, sul Lago di Garda, gli studiosi hanno osservato la presenza di cagnolini di taglia medio-piccola.

Non si riconoscono ancora differenti razze canine ben definite: sembra che la variabilità dei cani dell’età del Bronzo fosse elevata. I rinvenimenti più comuni nelle Terramare sono denti isolati, o parti di mandibole che mostrano come il muso fosse in genere corto, con denti serrati.

Petit Spitz Allemand Orange Zibelline 26 cm. Championne Internationale de Beauté 2009. By Vindhyana (Own work) [CC BY 3.0], via Wikimedia Commons

Secondo diversi studiosi, comunque, il cane più comune dell’età del Bronzo europea doveva essere simile all’attuale cane della Pomerania, allo Spitz tedesco o al nostro comune volpino. Alcuni ritengono che questo aspetto esterno non fosse dovuto a pratiche di intenzionali incroci di razze specifiche, quanto al casuale accoppiamento di cani di diverso tipo e alla selezione involontaria delle forme canine più adatte a convivere con l’uomo nei villaggi di 4000-3000 anni fa.

La presenza dei cani nei siti archeologici è quasi sempre ben testimoniata da frequenti tracce di rosicchiatura sulle ossa e da coproliti (escrementi). Analizzando gli escrementi canini, gli archeologi sono in grado di capire cosa avevano mangiato i cani, quindi cosa avevano dato loro i padroni come cibo.

Informazioni & Approfondimenti

Informazioni e testi liberamente tratti e modificati dalla Tesi di Dottorato di Elena Maini “Lo sviluppo dell’allevamento in Emilia-Romagna. Aspetti economici e implicazioni sociali nella gestione della risorsa animale durante l’età del Bronzo”, Università di Bologna, 2012. Altre informazioni su: http://www.pomeranianproject.com/earlyhistory.html

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