Microarcheologia nel laboratorio di Pilastri

Testo di Chiara Reggio e Massimo Vidale.

Siamo ormai certi che all’interno del Saggio B (quello di maggiori dimensioni) la capanna che abbiamo scavato – una semplice costruzione fatta di pali e paletti di legno, che sostenevano delle sottili pareti di fango giallastro – avesse ospitato un laboratorio artigianale munito di una fornace di circa 1.5 m di diametro.

Molte attività lavorative causano rifiuti, materiali di scarto e polveri. Che cosa si lavorava nel laboratorio? Lo si capisce, in genere, dal materiale di scarto. Qui però cominciano i problemi.

Mentre gli scarti di maggiori dimensioni, nella routine delle pulizie giornaliere o periodiche, sono raccolti, messi di lato e (se possono essere riutilizzati) e conservati, i frammenti minori sono semplicemente buttati fuori. Le polveri e le schegge microscopiche prodotte dal lavoro, invece, cadono al suolo. Mentre oggi scope e aspirapolveri rimuovono quasi tutto, nel mondo antico, dove i pavimenti delle case erano fatti di terra, le polveri rimangono dove sono cadute, e si mescolano a quelle dei pavimenti.

Lo scavo di un impianto artigianale richiede un’attenzione particolare; più precisamente, bisogna rintracciare i resti di lavorazione più grandi, e capire come si buttavano i rifiuti; ma serve anche una metodologia di indagine capace di rilevare anche i residui che erano finiti intrappolati nel terreno e che, indistinguibili ad occhio nudo, erano rimasti al loro posto. Nel laboratorio, i resti di lavorazione di maggiori dimensioni, negli ultimi pavimenti o piani di abitazione della capanna, sembrano essere stati grossi frammenti di palco di cervo, variamente tagliati per ricavarne punte e altri oggetti (il tutto è in corso di studio). Invece negli strati inferiori della stessa capanna e delle aree circostanti vi erano chiari segni della produzione di vasi ceramici. Quindi ora lavoriamo sulla base dell’ipotesi che prima si fosse trattato del laboratorio di un vasaio, e poi di uno spazio usato per il palco di cervo.

Foto di dettaglio del palco combusto, ottenuta al microscopio confocale a scansione laser nel Dip. di Geoscienze di Padova dalla prof. Ivana Angelini del Dip. dei Beni Culturali.

Ma bisognava controllare la parte invisibile delle tracce di lavoro. A questo scopo, abbiamo prelevato dai piani pavimentali del laboratorio ridotti quantitativi di terreno, presi a distanze regolari secondo una griglia geometrica, ortogonale, con quadrati di 50 cm di lato, nel perimetro interno della capanna-laboratorio. I campioni di sedimento – in totale 32, per 80 gr di peso l’uno, sono stati estratti nei punti di intersezione degli assi della griglia. Ciascuna frazione di terreno è infine stata sottoposta a setacciatura idraulica con setacci a tre differenti maglie: 5 mm, 2 mm e 0,5 mm. Tutti i microscopici frammenti così estratti e separati per classe dimensionale (con termine tecnico, granulometrica) sono stati osservati al microscopio binoculare e classificati a seconda dei materiali. Tra questi ultimi vi sono briciole di ossa a vari gradi di combustione, granuli di terracotta ossidati o ridotti, miscroscopiche schegge di ambra, frammenti di vari tipi di rocce e e minerali, ossa microscopiche di piccoli animali e pesci, e schegge quasi invisibili di un materiale sconosciuto, in seguito identificato come palco di cervo combusto. Per ogni campione, 100 micro-frammenti sono stati selezionati casualmente e contati in percentuali relative. Così facendo l’archeologo si cala come Gulliver in un mondo in miniatura e impara a guardare con gli occhi dei Lillipuziani!

I conteggi delle diverse categorie di micro-reperti, stavolta senza distinzione di dimensione, sono stati mappati in ambiente GIS, software che, mediante opportuni metodi geo-statistici, permette di analizzare la distribuzione spaziale dei diversi tipi di micro-frammenti e polveri. Abbiamo così scoperto che diversi tipi di materiale si concentrano in diversi punti del pavimento del laboratorio, riflettendo così diversi episodi e spazi interni di lavoro.

Si tratta naturalmente  di una tecnica di indagine lunga e faticosa, sia per lo studio dei materiali sia nell’elaborazione informatica. E’ stata applicata per la prima volta in Italia proprio a Pilastri, seguendo l’esempio di analoghe ricerche effettuate sperimentalmente negli anni 80 nei tell (colline artificiali) del Vicino Oriente preistorico. Presentiamo un esempio di quanto emerso nella ricerca condotta nell’ambito della campagna 2014.

Le microscopiche briciole di quarzo bianco che si raccolgono intorno al bordo della fornace forse indicano l’uso del quarzo come “pietra focaia”, per accendere il combustibile.

La carta mostra con zone verdi la distribuzione e la concentrazione dei microframmenti di quarzo bianco a spigoli vivi. Come si vede, le briciole di quarzo bianco si dispongono in due diverse aree del pavimento del laboratorio: una chiazza presso una parete, e una indipendente intorno ai resti della fornace.

La localizzazione delle micro-schegge quarzose nei pressi dell’imboccatura della fornace fa pensare a una dispersione sul posto di materiale prodotto dalla percussione tra pietre per l’accensione del fuoco. Insomma, potrebbe trattarsi di briciole di quarzo bianco staccate durante la percussione di “pietre focaie” per l’accensione del combustibile. Se questa ricerca è partita come esperimento, i risultati, già anticipati sulla nostra pagina Facebook, si sono rivelati molto incoraggianti.  

Nel corso dell’ultima stagione di scavo, da poco conclusa, è stata organizzata una nuova campagna di campionamenti, che sono ora in corso di studio e che interessano stavolta una superficie di piena attività del laboratorio, messa in luce dall’avanzare delle indagini in questi anni.

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