La Terramara in Giallo. EP.1 – Un pesce fuor d’acqua

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Già con la prima pubblicazione di Tazze con le Corna vi avevamo proposto alcune storie e poesie dedicate alla Terramara, scaturite dal coinvolgimento delle scuole locali. Questa volta vi proponiamo un racconto scritto da Giulia Osti (resp. comunicazione e informatica dello scavo), un giallo dedicato alla Terramara e quindi ambientato nell’Età del Bronzo in cui avrete un ruolo più che attivo. Al finale di ogni episodio i protagonisti si troveranno davanti a un bivio e dovranno decidere come agire: voi potrete determinare l’evoluzione del racconto semplicemente lasciando un commento in basso, nell’area dedicata di questa pagina. L’episodio successivo sarà scritto in base alla decisione più votata!

Per facilitarvi la lettura abbiamo deciso di spezzettare il racconto in blocchettini; per cominciare a leggere fate click su NEXT, per tornare indietro su PREV.

Buona lettura!

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Sö tirò per scherzo una delle trecce di sua sorella.

– Ahia, ma che fai?! Credi di farmi sbagliare con questi trucchetti infantili? – disse Roa aggiungendo una pernacchia finale alla risposta. La ragazza era alle prese con la decorazione di un vaso particolarmente piccolo, lavoro che richiedeva una certa precisione.

– Infantile io! E tu che mi mostri la lingua!? Guarda che fra due lune intere potrò finalmente partecipare alla grande caccia dei cervi, non sono più un ragazzino ormai. –

– Sempre che impari a maneggiare l’arco come si deve… – Roa fece l’occhiolino al fratello. Sö sapeva che stava scherzando: era uno dei giovani più dotati del villaggio per il tiro con l’arco. Uccelli e piccoli mammiferi non mancavano mai a tavola grazie all’abilità del ragazzo.

Roa strinse gli occhi e tornò a concentrarsi sulla decorazione. Con il lato lungo di un ago in osso abbastanza malandato stava tracciando delle linee orizzontali nette lungo tutta la superficie del vaso. Aveva una precisione incredibile, non per nulla era lei che si occupava della decorazione dei vasi più raffinati, quelli lisci fatti con l’impasto di argilla ben depurata. Sö rimaneva sempre affascinato dall’abilità innata della sorella, cosa che non era finita nel suo corredo genetico. Da piccolo non gli riusciva nemmeno di tracciare con un bastone una linea dritta sul terreno quando si facevano i giochi in gruppo.

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Non vi ricorda un certo Nitzi? – Disegno di G. Osti

Un naso umido andò a strofinarsi nella gamba della ragazza.

– Ehi ti ci metti pure tu oggi? Cos’è fate a gara per distrarmi? – Roa accarezzò il pelo folto del cagnolino. Il piccoletto era particolarmente agitato e aveva un filo di bavetta che gli penzolava dalla bocca.

– Chissà cosa ha trovato per essere così euforico… ehi, buono bello! – Sö raccolse il cagnolino da terra nel tentativo di prenderlo in braccio. Il cuccioletto sollevato a mezz’aria si divincolò peggio di un lombrico, tanto che il ragazzo decise di rimetterlo a terra. Una volta riappoggiate le zampette sul suolo il cane cominciò ad abbaiare emettendo dei piccoli versi acuti e abbastanza fastidiosi, saltellando a destra e a manca. Roa sbuffò rumorosamente di rimando.

– Che avrà trovato questa volta… stamattina ha fatto la stessa scena per una lisca con ancora un po’ di pesce attaccato che era rimasta vicino alla capanna di See. –

– No, dai, non era così agitato! Deve essere qualcosa di veramente grosso stavolta, non so di che tipo, ma… grosso. –

– Allora si tratterà sicuramente della carcassa di uno storione. –

– Uff…Ti ho mai detto di quanto sei simpatica? –

– Non ho bisogno che qualcuno me lo dica, lo so da me. Piuttosto, perché non vai a vedere che cosa ha trovato? Magari così si calma e magari  “dico magari” ce la faccio a terminare in pace la decorazione di questo vaso prima che si secchi del tutto. –

– Guarda che riesco a capire quando non sono desiderato… – ribatté il ragazzo con fare falsamente rassegnato. Diede un bacio sulla guancia alla sorella e si rivolse all’amico peloso.

– Bello cos’hai trovato? Su, andiamo, fammi vedere! –

Il cane saltellò su sé stesso con ancor più forza e fece qualche passo cauto per vedere se il ragazzo avesse intenzione di seguirlo. Appena fu sicuro di aver ottenuto l’attenzione di Sö si lanciò per la strada che portava fuori dal villaggio.

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Una volta arrivati in fondo l’unico camminamento terrestre che conduceva verso gli altri insediamenti, il cane si fermò ad annusare l’aria. Dopo un attimo di indecisione riprese la sua sgraziata corsetta verso la destinazione misteriosa, che a quanto pare stava nel cuore delle paludi. Sö era sempre più titubante sul da farsi: addentrarsi troppo nelle paludi soli, senza tenere d’occhio il sentiero o i segni poteva essere pericoloso. Il cagnolino intanto aumentava il trotto, preso dalla frenesia del momento.

Sö cominciava a temere di aver camminato in vano: poteva trattarsi della carcassa di una tartaruga o di un altro animale, magari già in parte decomposta. L’idea di fermarsi e tornare indietro verso casa si stava facendo sempre più nitida nella sua mente quando, all’improvviso qualcosa catturò la sua attenzione. Un nitido odore di decomposizione si percepiva nell’aria fredda e umida, ma non era un odore comune. Quell’odore di morte non poteva che appartenere a un animale di medio-grossa taglia.

Una curiosità morbosa di vedere di cosa si trattava s’impadronì del ragazzo e lo spinse a camminare più velocemente. Nel frattempo il cagnolino si era fermato in una depressione e aveva cominciato ad abbaiare come un ossesso, sempre saltellando da un punto all’altro. Sö accelerò il passo più che poté; ad ogni passo il tanfo si faceva sempre più intenso. A solo qualche metro dalla sorgente dell’odore il ragazzo sentiva la morsa della curiosità stringergli lo stomaco; ma, alla vista della carcassa, la sua eccitazione si trasformò in fredda angoscia.

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Di fianco al cagnetto c’erano indubbiamente i resti di quella che era stata una persona sino a qualche tempo prima. I vestiti erano simili a quelli di Sö, perciò poteva essere qualcuno dei villaggi vicini; il corpo era sdraiato in maniera scomposta, sul lato destro, con la mano sinistra protesa verso l’esterno. Il viso era sfortunatamente irriconoscibile, il cranio fracassato. Tutto lasciava intuire che non si trattasse di una aggressione da parte di un animale.

Un luccichio attirò il giovane: un pugnaletto in bronzo spuntava nella mano destra dell’individuo. Sö lo liberò dalle falangi irrigidite del cadavere per osservarlo meglio. Il manico riportava una serie di tacche diagonali. Un nodo gli salì alla gola: temeva di sapere chi poteva giacere ai suoi piedi. Arrhø, il mercante di lana del villaggio oltre il fiume possedeva un pugnale identico.

Arrhø in vita era stato un tipo magro e allampanato, con il viso da avvoltoio. Sempre tranquillo, a cui piaceva parlare. Una volta aveva raccontato a Sö che i segni obliqui sul pugnale stavano a rappresentare le volte in cui era stato a un passo dalla morte durante i viaggi che aveva fatto da giovane, prima di accasarsi e lavorare la lana. Conoscendo il personaggio era più facile che quelle tacche potessero rappresentare il numero volte in cui gli era andata bene con una donna: era di indole troppo prudente e scaltra per esporsi al punto da rischiare la vita. Certo qualcuno poteva aver tentato di derubarlo, ma nel bel mezzo della palude? Sö e Arrhø non erano veri e propri amici, ma il ragazzo lo aveva inquadrato abbastanza da poter giudicare che qualcosa non quadrava.

A Sö pareva che quel corpo massacrato senza un motivo apparente fosse come un pesce fuor d’acqua.

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Il ragazzo estrasse un pezzo di ocra da un sacchetto che portava legato in vita e cominciò a colorare delle larghe porzioni dei tronchi delle piante che circondavano i resti umani. Una volta fatto ciò, lo tenne a portata di mano, in previsione di segnare altri alberi mentre percorreva a ritroso la strada per il villaggio.

Il Sö fece un respiro profondo e si forzò ad osservare la scena. Doveva decidere cosa fare. Due possibilità gli si stagliavano nella mente: poteva esaminare bene la situazione da solo e poi andare a parlare con Berr, il capo del villaggio. Oppure prima poteva confrontarsi con la sorella per ragionare sulla macabra scoperta e in seguito andare da Berr. Due teste pensano meglio che una.

Cosa ci facevano lì i resti di un mercante di lana? Si era perso o qualcuno lo aveva accompagnato sino a quel punto con l’idea di farlo fuori? E poi, perché ucciderlo? Sö nella sua giovane esperienza di vita aveva già incontrato la morte in varie forme, ma causata da un essere umano non l’aveva mai vista.

Il cane ora si era calmato e stava seduto a fissarlo. Poteva leggere uno sguardo interrogativo negli occhietti vispi, come se fosse anche lui alla ricerca di una risposta. Sö si rivolse al cane  – Non so cosa ne pensi tu amico mio… io so solo che non ci sarà nessuna caccia dei cervi per me se non si farà luce su questa storia. –

2 COMMENTS

  1. Alessia Posted on 7 ottobre 2017 at 10:16

    Ne parla prima con la sorella

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  2. Francesco Posted on 7 ottobre 2017 at 17:38

    Si confronta con la sorella per ragionare sulla macabra scoperta!

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