La scoperta del terrapieno: un grande monumento preistorico

Testo di Massimo Vidale, David Vicenzutto e Paolo Michelini.

 

E’ ben noto che i villaggi delle terramare, a partire dall’età che gli archeologi chiamano “Bronzo Recente” (ca. 1350-1150 a.C., periodo che si conclude circa ai tempi della guerra di Troia) erano protetti da imponenti argini in terra armata. Spesso questi argini erano circondati da fossati; in passato erano considerati solo fortificazioni difensive, mentre in tempi più recenti si è anche pensato che l’acqua catturata dai fossati potesse essere stata usata per catturare l’acqua necessaria a irrigare i campi intorno ai villaggi.

L’argine in terra (o “terrapieno”, con termine più tecnico) della terramara di Pilastri era noto da tempo. Lo si vedeva dalle foto aeree, prima della costruzione delle serre per i meloni che si vedono oggi; ed era stato già identificato dal geologo Claudio Balista, e dal geofisico Sandro Veronese, attraverso metodologie avanzate di prospezione geofisica e serie di carotaggi. Quest’anno, abbiamo esposto per la prima volta una parte consistente del terrapieno della nostra terramara. Si tratta di un argine in terra di notevole ampiezza (probabilmente, circa 12-15 m), che racchiudeva un’area rettangolare che al momento si stima di circa 100 x 80 m. Alla base della costruzione, esposta con un piccolo saggio preliminare, si vedono tracce di grossi pali cilindrici e travi bruciate, che ben potrebbero appartenere a una precedente fortificazione lignea. L’altezza originaria del terrapieno, al momento, è difficile da valutare, perché la costruzione è stata danneggiata, in testa, da secoli di arature, ma non doveva essere inferiore a 3 m.

Interno dell’aggere della Terramara di Pilastri.

Anche se calcoli del genere, prima dello scavo scientifico del terrapieno che avverrà nella prossima campagna di scavo (2018), sono per forza molto arrischiati, possiamo ipotizzare che per la costruzione gli abitanti abbiano mosso almeno tra 12.500 e 17.000 m cubi di limo sabbioso. Basandoci su quest’ultima stima, e calcolando che, con strumenti tradizionali come zappe, vanghe e cesti, un gruppo di lavoratori scava, sposta e sistema 2 m cubi di terreno, la costruzione del terrapieno avrebbe richiesto circa 30.000 giornate di lavoro/uomo, pari allo sforzo coordinato di circa 300 lavoratori per più di tre mesi. Inoltre, andrebbero considerati anche il contributo dei boscaioli, dei trasportatori e dei falegnami indispensabili per la fornitura e la preparazioni dei pali e delle travi lignee necessarie ad “armare” internamente il centro del terrapieno. Entro molti altri terrapieni di terramare contemporanee, come a Pilastri, si trovano infatti legni conservati da bruciatura o dalle condizioni asfittiche del terreno, parti in legname alterate per chimismo, oppure si notano, durante lo scavo, ghiaie, lingue di sabbia o argilla con limiti geometrici o orientati, a rivelare come l’interno dei terrapieni fosse consolidato da intelaiature oppure “cassoni” fatti di legno.
Con un’altra stima molto grossolana, calcolando una necessità di 600-700 grammi di farina al giorno per persona, e solo per una parte del mantenimento, la comunità della terramara avrebbe dovuto mantenere i lavoranti distribuendo loro non meno di 19 tonnellate (quasi 27 m cubi) di farina!
Vogliamo spingere le ricostruzioni ancora più in là? La terramara di Pilastri di Bondeno è vasta 0,8 ettari; in base alle stime demografiche proposte per il Bronzo recente, la terramara potrebbe aver contenuto una comunità di 150-170 persone (donne e bambini inclusi), ospitate in qualche decina di capanne. Se tutta la comunità (cosa ovviamente impossibile) avesse lavorato contemporaneamente alla costruzione con le stesse capacità, il tempo per realizzare il terrapieno salirebbe a 6 mesi. Con i climi della Pianura Padana, 6 mesi sono il tempo limite per un cantiere del genere, perché l’argine andava eretto dopo la stagione delle piogge, per potersi assestare e costipare prima della ripresa delle suggestive piogge.
Tutto ciò, inoltre, senza contare tutte le attività relative alla preparazione del cibo e all’ospitalità per i lavoranti. Anche a Pilastri, quindi, viene il ragionevole sospetto che la piccola comunità interna alla terramara – come la percepiamo oggi – non sarebbe stata sufficiente, da sola, alla costruzione del terrapieno.
L’imponenza del cantiere probabilmente richiese il concorso organizzato di individui da comunità vicine, oppure di una collettività ben più ampia, esterna a quello che sarebbe diventato il nucleo centrale del villaggio. In entrambe le possibilità, il centro fortificato che stiamo scavando deve essere stato capace di sostenere economicamente, coordinare e dirigere con autorità lo sforzo collettivo. La centralità e le capacità direttive di questa piccola comunità, tra l’altro, sarebbero sottolineate anche dalla presenza ai margini interni del terrapieno di un laboratorio ceramico specializzato nella fabbricazione quasi “seriale” di vasi in terracotta apparentemente fini ed eleganti…ma questa è un’altra storia.

Queste naturalmente sono solo ipotesi, e del tutto preliminari. I terrapieni delle terramare sono costruzioni complicate, realizzate, danneggiate e modificate in più fasi e spesso cambiandone i materiali costruttivi. Solo uno scavo accurato rivelerà i dettagli del monumento e della sua storia. Intanto è stato importante scoprire che la base del terrapieno della terramara di Pilastri è in ottimo stato di conservazione, contribuendo così a rivelare l’importanza di questo sito archeologico non grande, ma per molti versi ottimamente conservato.

 

Nota: uno studio sistematico del quadro storico-archeologico della costruzione dei terrapieni delle terramare, e delle conoscenze attuali sui relativi cantieri e tecniche costruttive, si trova in VICENZUTTO D. (2017) Il fenomeno degli abitati fortificati di pianura dell’età del bronzo nell’Italia settentrionale a nord del Po: terramare, siti arginati e castellieri. Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Padova, Dipartimento dei Beni Culturali, relatore M. Cupitò.

Un sentito ringraziamento va a Claudio Balista, uno dei massimi esperti della materia, che ha già dato un importante contributo per lo studio preliminare del terrapieno.

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