L’antico vino della Terramara di Pilastri si presenta

Oltre 80 persone curiose e entusiaste hanno partecipato giovedì 1 dicembre alla tavola rotonda che si è tenuta a Bondeno, dedicata all’eccezionale scoperta del consumo di vino alla Terramara di Pilastri, uno dei più antichi d’Italia settentrionale. I relatori della serata hanno affrontato il tema in una maniera estremamente coinvolgente per il pubblico presente, che poi ha potuto degustare ottimi vini e primi piatti.

Il prof. Massimo Vidale dell’Università degli Studi di Padova, che si è occupato delle analisi che hanno portato alla scoperta assieme alla prof.ssa Alessandra Pecci dell’Universidad de Barcelona , ha illustrato in maniera semplice e dettagliata come si è giunti a tale risultato. Queste complesse analisi, denominate tecnicamente GC-MS (Gascromatografiche con Spettrometria di Massa), vengono usate in archeologia per cercare sostanze, ma soprattutto i due prodotti forse più importanti dell’economia del Mediterraneo, cioè l’olio e il vino. Il prof. Vidale racconta:

Fare i cacciatori di molecole è difficile, e trovare molecole di vino e olio di 3500 anni fa risulta complesso, non solo per la varietà di sostanze, ma anche per la possibilità di inquinamenti e contaminazioni…

Questi prodotti vengono cercati all’interno dei contenitori dove venivano processati e lavorati, i cui pori hanno assorbito migliaia di anni fa queste sostanze. Con la Gascromatografia è possibile cercare di riconoscerle, nonostante il loro degrado.

Ma come si effettuano queste analisi? Il Prof. Vidale ha raccontato che si parte dal prelievo di un piccolo campione di ceramica, stando attenti a non inquinare, lo si polverizza, lo si mette in soluzione, lo si gassifica e si fa attraversare la provetta contenente il gas da un fascio a raggi x. L’interferenza dei raggi x con le molecole produce dei segnali rappresentati da picchi negli spettri e a questo punto si passa all’interpretazione di ciò che si trova, la fase più complicata di tutto il procedimento.

Il vino di Pilastri è stato trovato in una tazza carenata, che molto probabilmente aveva la famosa ansa con le corna. Oltre alle tracce di vino sono state trovate quelle di zolfo, il quale non proveniva dal terreno perché le analisi di quest’ultimo, sia interno che esterno alla tazza, non ne hanno rivelato la presenza. Quale senso attribuire dunque alla presenza di zolfo assieme alle tracce di quelli che comunemente sono considerati indicatori del vino? Il prof. Vidale precisa:

Si possono fare due ipotesi per spiegarlo: la prima è che lo avessero aggiunto al vino per bloccarne la fermentazione, soprattutto se doveva poi essere distribuito o commerciato, mentre la seconda è che lo avessero utilizzato per impermeabilizzare e stabilizzare le pareti delle tazza, tecnica che nel Mondo Antico era in uso…

Il vino di Pilastri rappresenta una delle testimonianze più antiche del suo consumo in Italia settentrionale e lo scopo della tavola rotonda, oltre a divulgare la scoperta, è stato anche quello di anticipare un progetto molto ambizioso, che – come spiega Stefano Tassi, membro del gruppo Culture Keys e moderatore della serata – vuole proseguire questo tipo di indagini nel sito, oltre a quelle archeobotaniche, al fine di poter coltivare, in via sperimentale, antiche varietà di vite del territorio bondenese e valorizzare ulteriormente le tradizioni enogastronomiche di questa terra della Bassa Valle del Po.

I risultati di queste analisi, di cui sono già state date anticipazioni in diverse sedi divulgative (Nizzo et alii 2015) e scientifiche (Pecci et alii 2016), hanno avuto ampio eco anche sulla stampa locale dove la notizia è stata non sempre riportata in modo corretto, enfatizzando eccessivamente l’antichità del vino di Pilastri: senza dubbio è uno di quelli più antichi finora attestati nel Nord Italia, ma certamente non il più antico al mondo vista la documentazione presente nel Medio e nel Vicino Oriente. Infatti, proprio qui sono state avviate esperienze vitivinicole che hanno portato alla produzione di vino già nel Neolitico: si pensi che tracce riconducibili a tale bevanda sono state rinvenute in recipienti ceramici di un sito dell’Iran nord-occidentale (Hajji Firuz Tepe, Monti Zagros settentrionali), datato alla seconda metà del VI millennio a.C. (cfr. McGovern 2004). Nel corso del IV, del III e soprattutto del II millennio a.C., la viticoltura, la produzione e il consumo di vino sono ben documentati in un vasto areale che dal Medio e dal Vicino Oriente raggiunge l’Egitto, Cipro, Creta, la Grecia e la Macedonia (cfr. Ciacci et alii 2012; per approfondimenti tra la letteratura più recente, cfr. Mc Govern 2004).

La scoperta del vino di Pilastri consente dunque di inserire un nuovo tassello nella ricostruzione della diffusione del vino in Italia settentrionale e di porre un primo mattone sul quale costruire, grazie ad approfondimenti scientifici e storici, un importante progetto di valorizzazione di questa antica e amata bevanda nel territorio di Bondeno.

 

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

A. Ciacci, P. Rendini, A. Zifferero, Archeologia della vite e del vino in Toscana e nel Lazio. Dalle tecniche dell’indagine archeologica alle prospettive della biologia molecolare, Firenze, 2012.

P.E. McGovern, L’archeologo e l’uva. Vite e vino dal Neolitico alla Grecia arcaica, Roma, 2004.

V. Nizzo, S. Bergamini, G. Bosi, L. Dal Fiume, G. Osti, A. Pecci, M. Pirani, S. Tassi, M. Vidale, “Archeologia e sociologia del cibo: l’esperienza della terramara di Pilastri (Bondeno-FE)”, Forma Urbis 20, 6, 2015.

A. Pecci, V. Nizzo, S. Bergamini, C. Reggio, M. Vidale, “Residue analysis of late Bronze Age ceramics from the archaeological site of Pilastri di Bondeno (Nothern Italy)”, in Preistoria Alpina, 2016 (in press).

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