Domande sui grandi vasi della terramara

Testo di Emanuele Lant e Irene Caldana.

 

Per comprendere l’importanza dei frammenti ceramici dei vasi che si rinvengono negli strati della terramara dobbiamo pensare alla quotidianità e allo stile di vita delle persone che vivevano in questo villaggio.

Immaginando di entrare nella casa di un abitante dell’età del Bronzo, si rimarrebbe sorpresi nel vedere una grande quantità di contenitori in materiali diversi. Rispetto a noi che possiamo fare la spesa anche ogni giorno, i nostri antenati avevano la necessità di stoccare e conservare quantità di derrate alimentari sufficienti per diversi mesi. Proprio come oggi, cibi diversi necessitano di differenti contenitori, progettati e fabbricati in base alle modalità di conservazione. In una casa della terramara, vedremo quindi cesti e scatole di vimini intrecciati, sacchi in pelli o tessuti, contenitori in legno, e diversi vasi in argilla cruda o ceramica.

Ma torniamo al presente, sul nostro strato archeologico. Dissoltesi le strutture in terra e pali lignei, e gli oggetti in materiale deperibile, sotto le cazzuole compare solo una grande distesa di cocci rotti. Buona parte di questo materiale è composto da ceramica definita grossolana: vasi di dimensioni medio-grandi con pareti spesse e un aspetto “grezzo”, realizzati con le tecniche dei cercine e delle masserelle (tecniche di foggiatura a mano che non necessitano dell’uso del tornio, perlomeno di torni da vasaio simili a quelli odierni). Quasi mai troviamo forme intere, perché si tratta di vasi che prima di arrivare nel luogo di ritrovamento hanno subito una lunga storia: rotti e successivamente gettati (già in epoca antica) come veri e propri rifiuti, poi calpestati e ricoperti da sabbie, argilla e cenere. Sono ceramiche forse non belle a vedersi, e per questo raramente sono studiate in dettaglio dagli archeologi: ma possono rivelare molte informazioni, forse anche più dei vasi più raffinati.

 

Disegni archeologici di tre grandi vasi.

 

Queste ceramiche grezze rappresentano più dell’80% dei cocci trovati in scavo, soprattutto perché grandi vasi si frammentano in un elevato numero di cocci. A volte si tratta di semplici vasi da cucina, che conservano, sotto forma di croste carboniose interne, tracce dell’ultimo pasto bruciato dalla distrazione dei cuochi. Spesso invece appartenevano a giare e bacini di grandi dimensioni: parliamo di diametri alla bocca fra 40 e 70 cm, di forma cilindrica, ovoidale oppure tronco-conica.

 

Sezione della parete di un grande vaso in ceramica grossolana.

 

Una prima domanda sorge quasi spontanea: cosa contenevano vasi così grandi?

L’impasto argilloso usato dai vasai era formato da argilla mescolata a piccoli frammenti di ceramica macinata. I grandi vasi sembrano aver avuto una elevata porosità, grande peso e certamente rappresentavano un forte ingombro. Non doveva essere affatto semplice spostarli, specie se pieni del contenuto. Per via della porosità, potevano contenere acqua potabile (l’assorbimento delle pareti, causando evaporazione, specie con l’azione del vento, manteneva i liquidi freschi, come una specie di frigorifero).

Questi grandi contenitori erano appoggiati in terra o erano interrati?

Un vaso interrato è una ottima dispensa, in quanto la terra circostante mantiene una temperatura bassa e isola ciò che sta dentro dagli sbalzi termici. Si tratta quindi di una possibile soluzione per conservare cibi a rapida deperibilità, come ad esempio la carne, o cibarie in salamoia. Al contrario, invece, un vaso interrato è inadatto per le granaglie, che hanno bisogno di areazione e assenza di umidità.
Ma se erano vasi interrati, o in parte incassati nei pavimenti delle case, dovremmo anche aspettarci di trovarne interi o collassati su loro stessi in situ (cioè senza essersi mai mossi dal luogo in cui erano stati interrati); o forse, se i vasi erano stati poi rimossi, si potrebbe riconoscerne le tracce circolari rimaste nel terreno. Le risposte verranno dall’approfondimento degli scavi nei depositi più profondi della terramara.

Tante domande con poche risposte, almeno per ora. Ma anche porsi queste domande ha la sua utilità, perché ci fa riflettere su aspetti fondamentali della vita di queste persone. I vasi, come dimostrano le recenti scoperte sull’antico consumo del vino a Pilastri, possono indicare quali alimenti fossero consumati, quindi l’approvvigionamento e la trasformazione di queste sostanze alimentari. Ricostruire le quantità di cibi e bevande immagazzinate nelle singole case, invece può aiutare ad avanzare ipotesi sull’organizzazione e complessità di queste società protostoriche.

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