A Pilastri… il primato del vino

rosso della terramara

Il primo sorso è sempre il migliore

La ricostruzione grafica della tazza che conteneva residui di vino di 3300 anni fa.

Secondo gli archeologi, nel corso del XIII secolo a.C. gli abitanti delle Terramare abbandonarono gradualmente l’uso di consumare bevande fermentate fatte con il frutto selvatico del corniolo, per assaporare il vino.  Le prove materiali, tuttavia, scarseggiavano, soprattutto perché i vinaccioli (semi d’uva) delle piante di vite selvatica non sono facilmente distinguibili dai semi della pianta coltivata,  e perché “un acino non fa un fiasco”: l’uva, infatti, selvatica o meno, poteva essere consumata come anche frutto, fresco o essiccato.

Lo scavo della Terramara di Pilastri ha permesso al proposito una scoperta di grande importanza: analizzando le sostanze chimiche assorbite dalla parete di una delle migliaia di tazze di ceramica rotte e buttate nel villaggio, Alessandra Pecci dell’Università di Barcellona ha trovato con la tecnica della Gas-Cromatografia con Spettrometria di Massa (GC-MS) tracce inconfondibili del vino contenuto all’interno del vaso più di 3000 anni fa.

Si tratta della prima prova certa di produzione e consumo locale di vino in tutta la preistoria Italiana. La scoperta, che sarà pubblicata tra non molto sulla rivista “Preistoria Alpina”, pone il nostro scavo e la Terramara di Pilastri al centro dell’attenzione degli studiosi.

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